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Archivi giornalieri: 27 aprile 2020

di sogni

27 aprile 2020. Svegliarsi al mattino con il ricordo evanescente del sogno, appena finito, di ciò che quel mattino uno avrebbe fatto.

La tentazione forte di provare a farlo: di innestare il sogno sulla realtà.

Poi però, il ricordo si sposta alla sera precedente, il 26 aprile 2020, prima del sonno: il Presidente del Consiglio dei Ministri ha parlato e ha annunciato l’inizio della “fase 2” dell’emergenza epidemica. Lo ha fatto, per me, da un cellulare gracchiante a lato della tavola imbandita. Sentivo il bisogno di sapere cosa ne sarebbe stato delle nostre libertà e della nostra salute dal 4 maggio 2020 in poi; e avevo una preoccupazione forte, un senso di insicurezza, quasi, per una situazione più contingente: perché non si annunciava, come da consuetudine, un DPCM che sarebbe entrato in vigore il mattino seguente, ma bensì un DPCM che sarebbe stato valido solo una settimana dopo? Cosa c’era sotto? Un complotto? A parte gli scherzi, paiono inezie, ma inevitabilmente diventano punti di riferimento in una situazione alterata: la cittadinanza, insomma, vuole certezze. Sinora almeno sapevamo che al DPCM serale sarebbe poi corrisposta la nostra corsa a cercare in rete il nuovo modulo di autocertificazione; o che all’improvviso, con un codice ATECO propizio, il mattino seguente, si sarebbe dovuto tornare a lavorare; o che potevano sorgere novità vitali: che nel distanziamento sociale precedentemente stabilito per i 200 metri di passeggiata consentita c’erano delle falle, che mancavano magari 25 centimetri alla salvezza, che dunque in ogni buca delle lettere presto sarebbe stato recapitato un metro di cartone, da roteare intorno a noi così da camminare sicuri (e che quindi, il giorno dopo, nell’attesa, avremmo potuto fabbricarne uno provvisorio). Invece no: tutto questo l’avremmo magari ancora una volta saputo, ma poi saremmo stati obbligati a pensarci sopra per una settimana, prima di poterlo sperimentare. Perché?

Non mi affanno a dare risposte, tanto sono ancora nelle orecchie di tutti: le risposte coincidono con le raccomandazioni e le nuove istruzioni stesse che il Presidente ci ha fornito. Non le elenco per filo e per segno: me ne servono solo alcune, che abbinerò a due o tre di quelle mancate, non dette, immagino per stanchezza o distrazione. Ci serviranno per procedere nel racconto, per arrivare al sogno, grazie al quale – spero – si potrà ragionare su qualcosa che riguarda un po’ tutti noi. La prima è una raccomandazione che il Presidente ci ha lasciato, a mo’ di prologo: quella di non arrabbiarci né con la moglie o il marito, né con le Regioni, né con il Governo centrale, di stare tranquilli (ne sto riassumendo il senso e lo spirito, basandomi anche sul tono emotivo con cui le parole sono state pronunciate), di essere insomma cittadini perbene. E, in forza di tale disposizione d’animo, di accettare le prossime nuove regole; una su tutte: potremo ritrovare socialità, sì, ma per ora solo con i congiunti… E poi, via con le altre nuove regole. Mentre le sciorinava, mi saliva forte la consapevolezza che la nostra nuova libertà sarebbe stata direttamente proporzionale al numero di parenti stretti ancora in vita; o disponibili a riceverci; o nei confronti dei quali esistesse da parte nostra un reale desiderio di incontro. Per coloro ai quali, nel peggiore dei casi, fossero mancate tutte queste condizioni, le limitazioni non sarebbero cambiate; a meno che il loro lavoro non fosse risultato ascrivibile alle nuove categorie ATECO liberate. Nell’immediato futuro saremo totalmente liberi di muoverci, quindi, solo se e quando serviremo a produrre; e a produrre solamente determinate “cose”: questo occorre accettare, senza picchiare chi ci circonda e senza inveire contro le Istituzioni. L’epidemia impone di essere cittadini perbene: ecco la certezza trovata. Tralascio le altre nuove regole elencate, e vado alla domanda del primo fra i giornalisti presenti allo streaming: mi aspetto che chieda perché il Presidente ha ringraziato, en passant, la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) e non il personale medico nazionale ed estero che sta lavorando per noi o, perlomeno, i rappresentanti delle altre fedi religiose presenti sul territorio… mi aspetto che il giornalista chieda perché non si è parlato – oltre che di sport e di balneazione – anche di scuola, di teatro, di cinema. Mi aspetto che il giornalista chieda che cosa intende fare il Governo per potenziare il servizio sanitario laddove non soddisfi le regole minime dettate dal Governo stesso per contenere l’epidemia; se esista un modulo di autocertificazione compilabile DA, o la possibilità di un insulto in sordina PER i responsabili di disastri sanitari regionali palesi. No: la domanda del giornalista verte sul periodo che dovrà intercorrere prima che inizi la “fase 3”. Non mi resta che sparecchiare e andare a dormire. Ma prima di addormentarmi ho il tempo di leggere sulle prime pagine dei giornali online, che la CEI è inviperita perché i funerali saranno consentiti e le messe no: non è bastato ringraziare la CEI, evidentemente.

Ma veniamo al dunque: cosa ho sognato, stanotte? Ormai lo ricordo solo a sprazzi, speriamo che serva comunque a qualcosa. Quello che è certo è che nel sogno il nuovo DPCM, per fortuna, entrava in vigore il mattino dopo e io, quel mattino stesso, cercavo al volo il nuovo modulo di autocertificazione su internet e lo compilavo con il primo indirizzo utile a muovermi al di fuori delle precedenti possibilità. Generalità e indirizzo dei miei genitori: Cimitero Comunale, Viale San Giacomo, cap…, città…, provincia (non do, qui, i dettagli precisi). Infilo l’autocertificazione in “Dei Sepolcri” di Ugo Foscolo – credo per dare maggiore credibilità a quanto dichiarato, i sogni son strani, si sa – e salto in macchina. Neanche un chilometro e trovo un posto di blocco dei carabinieri: mi fermano. Consegno “Dei Sepolcri” con modulo incluso: non l’avessi mai fatto! Uno dei due lo prende per una minaccia di morte e mi ficca sotto il naso la canna della mitraglietta; il profumo è inconfondibile: cioccolato fondente 70% al peperoncino. Addento, succhio e lecco la canna sino a distruggere la camera di scoppio. In mano al militare restano manico e otturatore, è basito. Il secondo militare, nel frattempo, aveva estratto la pistola d’ordinanza e saltellava dietro al collega cercando la giusta angolatura per spararmi senza farlo secco; io ingrano la marcia e parto sgommando. Dal finestrino lo vedo dilatare le gambe, puntare e sparare; ma la pistola, probabilmente tenuta in mano troppo a lungo e surriscaldata oltre misura (capita), gli esplode in mano; prima di dileguarmi scorgo chiaramente il volto del carabiniere farsi nero di cioccolato liquefatto. Salto la visita dai congiunti al cimitero per dire cosa è successo dopo.

Appena tornato in macchina vado sul web dal cellulare (volevo appunto chiarimenti sul significato del termine “congiunto”, metti mai che bastasse avere toccato, o dato la mano in passato a qualcuno, per potere compilare un’altra autocertificazione) e trovo la rete impazzita: incredibilmente, la presa di posizione della CEI, che ora denuncia addirittura la violazione della libertà di culto, pare avere risvegliato nella cittadinanza la coscienza di tutte le altre libertà violate… Intere categorie di lavoratori e cittadini si domandano perché per produrre “cose” e garantire il PIL, doverosamente protetti, si possa andare ovunque e perché non sia possibile praticare, doverosamente protetti, qualunque altra attività che faccia capo a imprescindibili – o addirittura inalienabili – diritti costituzionali. Tutti paiono avere dimenticato l’invito del Presidente a rimanere cittadini perbene. Tutti, a doverosa distanza di sicurezza e ben mascherati – dunque assai poco identificabili – scendono in piazza, in quantità tali che risulta difficile fare contravvenzioni o controllare le autocertificazioni; alle forze dell’ordine saltano così i nervi ovunque e i militari, nel tentativo di sparare sulla folla, si imbrattano rovinosamente il volto di cioccolato impugnato troppo a lungo.

Nel frattempo – ascolto ora dalla radio, partendo – nascono persino rivendicazioni da parte di categorie di lavoratori escluse da ogni considerazione nel discorso serale del Presidente; sento di miei colleghi attori che si sono riversati in strada a protestare e si dichiarano pronti a recitare anche sulle piazze, dove è più facile garantire le distanze di sicurezza, basta che il Governo o chicchessia garantisca un cachet. La confusione è tanta… Ma, parallelamente, pare si verifichi almeno un blackout totale dello streaming teatrale gratis et amore Dei: pare si siano tutti accorti che lo streaming suggerisce malsani pensieri in un Ministro della Repubblica, il quale comincia a scambiare i teatranti per gioiosi pauperisti, mecenati di sé stessi votati all’intrattenimento di cittadini perbene. Così, almeno, gracchia una radio libera… e allora imbocco uno svincolo e sfreccio verso la prima grande città che mi capita a tiro: voglio scendere in piazza mascherato. Anch’io. Chissà mai che serva a qualcosa. E, soprattutto, la protesta enorme e pacifica è confortata dalla natura ormai mangereccia delle armi che, sciolte come neve al sole, servono solo più a imbrattare le mani e il viso di chi tutela la sicurezza nazionale.

La protesta aumenta: mi perdonerete se, nel sogno, mi sono concentrato sulla categoria che mi riguarda, ma vi assicuro che – da ciò che leggevo online, giunto in città e sceso dalla macchina – la rivolta stava investendo ogni ambito sociale.

Ecco, accade ora che le richieste dei teatranti abbiano risposte immediate: i sogni sono strani, si sa. Ma effettivamente stava succedendo qualcosa di incredibile, che non poteva non sensibilizzare l’intera classe dirigente e quella datoriale, imprese teatrali private e teatri stabili inclusi: migliaia di teatranti (attori, tecnici, sarte, direttori di scena ecc.) – molti di loro autori delle discussioni e dei gruppi nati online in occasione dell’emergenza epidemica – si erano, in poche ore, iscritti in massa ai sindacati di categoria; pare avessero capito che tale mossa poteva servire ad aumentare la rappresentatività del sindacato e, conseguentemente, la sua autorevolezza nei confronti delle categorie produttive e del governo; e che non è mai proficuo fermarsi ai giudizi su quanto “ha fatto” oppure no un’organizzazione di categoria e, solo su questa base, scegliere di farne o non farne parte.

Un post a caso di uno di loro, online:

«Iscriversi a un sindacato significa anche – o soprattutto – potervi creare un fermento vitale, rimpolparne le fila, accrescere le possibilità future di confronto interno ed esterno; e, conseguentemente, la maturità di deleganti e delegati. Ben vengano le riflessioni di gruppo e gli spiriti associazionistici nati sull’onda esclusiva dell’emergenza attuale; ma queste stesse energie (senza assolutamente zittire il confronto eterogeneo sulle piattaforme web) potrebbero pure innervare di forze fresche un’organizzazione che garantisce una capillarità consolidata sul territorio e un’interlocuzione già avviata con le altre parti sociali. Se tutte le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo, da quelle/i al primo contratto a quelle/i di lungo corso che ancora non lo avessero fatto, aderissero a un’organizzazione sindacale, forse il primo risultato sarebbe che si cancellerebbe davvero il silenzio pesante che ci riguarda; e si fugherebbe almeno un po’ il rischio di paventate, recenti derive o immobilità. Credo che non bastino più, ora, le voci dei singoli; perché, seppur in buona fede e meritevoli di riconoscenza, rischiano di perdersi, dopo qualche giorno, nel magma della comunicazione di massa: occorre dimostrare una volontà reale di collaborazione, che superi ombre di pensieri unici e generici richiami a “bellezze” da difendere. Chissà che non possano, così, trarne giovamento in futuro anche utili “discorsi a parte”, capaci, in primis, di non prescindere dal passato e di affrontare inevitabili e proficue implicazioni poetiche; e chissà che pure le organizzazioni datoriali non sappiano, parallelamente, accogliere con sempre maggiore responsabilità l’eterogeneità della filiera produttiva. Non è neppure trascurabile, tra l’altro, la variazione di sguardo che potrebbe derivarne, nei nostri confronti, proprio da parte dei lavoratori di altri settori. La storia ci insegna quanto le reciproche sensibilità, in ambito sociale, risultino vincenti, soprattutto nelle difficoltà».


E succede, appunto, l’impensabile: proprio mentre i teatranti sollecitano a gran voce da tutte le piazze l’intervento dei datori di lavoro al loro fianco, perché premano sul governo affinché siano riaperti i teatri oppure – minacciano – reciteranno solo più in strada e solo se pagati almeno il doppio del minimo sindacale a giornata (dicono proprio così); proprio in quel preciso istante, il Presidente del Consiglio dei Ministri, coadiuvato da quattro staff di esperti (aumentati nel frattempo), accoglie la richiesta della CEI e ammette l’esistenza della violazione dell’esercizio della libertà di culto nell’ultimo DPCM: consente dunque l’apertura delle chiese per le funzioni religiose, con le dovute precauzioni sanitarie. Accade allora che tutte le associazioni datoriali in campo teatrale, a partire da FederVivo, abbandonati gli abiti perbene, invitino ad aprire i teatri per protesta: «Perché le chiese sì e noi no? Noi possiamo garantire entrate contingentate, né più che meno delle chiese!». E la CEI, ancora una volta, diventa inconsapevole motore di rivolta: le infinite prese di posizione politiche che appoggiavano la CEI si accaparrano le nuove proteste, provando demagogicamente a cavalcarle; si narra in rete, che il Presidente della CEI sia svenuto più volte nelle ultime ore.

Per quanto riguarda il teatro, la situazione si fa incandescente: almeno metà dei manifestanti dichiara che la riapertura dei teatri non basta e che non abbandoneranno le piazze, unico luogo in cui d’ora in avanti reciteranno, pretendendo con ogni mezzo la debita retribuzione.

Incredibilmente, il direttore di un Teatro Stabile dichiara di volere intrecciare l’attività su strada degli attori ribelli a quella in sala, intravedendo la possibilità di trasformare l’ostacolo in una opportunità di rinnovamento. Mentre corre voce che il direttore in questione sia stato sottoposto a un TSO forzato e portato in un luogo sconosciuto, compare un suo nuovo post sui social, in cui afferma:

«Il teatro ha il dovere di “conquistare” il suo pubblico, stimolandone la sensibilità, non attendendolo solamente nei luoghi deputati e ibridandosi con le più svariate sfere delle arti e della conoscenza e con ogni area della socialità. Per fare questo, occorrerà che armonizziamo le ragioni produttive con quelle ragioni avventurose, “irregolari”, che sono espressione irragionevole – mi perdonerete l’ossimoro di ritorno – e imprescindibile della natura più profonda del teatro, riconducibile all’ancestrale specifico teatrale. Il problema è a monte. Sono convinto, infatti, che occorra appunto guardare alla crisi precedente del sistema teatrale, di cui la situazione attuale favorisce l’aggravarsi. La “produttività” non può escludere la provvisorietà e l’apertura verso una produzione e una programmazione che interpretino un reale “movimento” culturale. So che questo inciderà sulla natura stessa degli spettacoli, ma lo si potrà fare contaminando la produzione “normale di spettacoli”, non necessariamente sostituendola. Si potrà preservare qualunque forma, moltiplicandone i contenuti per calarli in nuove forme; sino a portare a uno, cento, mille “travasi di genere” paralleli. In questo senso – lo scrivo a mo’ di esempio – un unico attore, con il “Teatro di riciclo” (esperimento interessante di cui ho letto in rete), potrà fare vivere uno spettacolo imponente, che non c’è più, semplicemente evocandolo in un’ora tramite la narrazione e la locandina mostrata. E lo potrà fare ovunque. Ciò potrà essere fatto anche da un musicista, un pittore performer, un danzatore, un medico, un letterato (a seconda della natura dello spettacolo e delle scintille culturali che lo costellano); ma dirò di più: potrà essere fatto anche per uno spettacolo che contemporaneamente venga tuttora realizzato in teatro, dove, per i posti limitati a causa del distanziamento, necessariamente sarà replicato sino a quattro volte al giorno, in orari anche inconsueti. Il “teatro di riciclo” di quello stesso spettacolo, portato in bar, librerie, strade, piazze, biblioteche da bande di attori, artisti o studiosi che agiscano singolarmente, in simultanea ai turni delle repliche in teatro, potrà creare volano per le repliche stesse, generare interesse inedito (garantito dal “travaso di generi”) e addirittura diventare stimolante mezzo di approfondimento per chi quello spettacolo avrà già visto. Ecco che in questo modo la crisi epidemica avrà almeno una ricaduta positiva, incoraggiando un movimento culturale nuovo, o almeno rinnovato; favorirà inoltre l’accrescimento culturale dei singoli artisti e della cittadinanza; oltre che la nascita di nuovi linguaggi che non prescindano da un tessuto culturale eterogeneo, fucina di proficue discontinuità. Creiamo un decentramento che, pur non radicato, faccia leva su quel bisogno che è il minimo comune denominatore culturale della cittadinanza: il bisogno di tornare a scoprire, praticandoli, i meccanismi della nascita del pensiero e dell’emozione, belli o brutti che siano (valgono le infinite gradazioni intermedie). Mi rivolgo ai miei colleghi, direttori di Stabili e di imprese private: assumiamo gli attori ora ribelli per impegnarli nelle azioni teatrali (parallele alla programmazione in sala) in ogni luogo della città, calmieriamo e armonizziamo i costi di produzione, quadruplicando, almeno, le quote di denaro da fondi pubblici destinate all’assunzione degli attori; chiediamo ai registi di scendere eccezionalmente a patti immaginifici con il pubblico, che, comunque, già dovrà farsi una ragione della mascheratura degli attori. Distribuiamo agli spettatori il prologo dell’Enrico V di Shakespeare insieme agli abbonamenti e ai biglietti e, per un anno, usiamo solo materiale di recupero per realizzare le scenografie. Con i soldi risparmiati, assumiamo disoccupati per praticare un trovarobato sfrenato e giovani attori per creare doppi cast per ciascuno spettacolo prodotto, così da garantire le quattro repliche giornaliere per ogni tenuta su piazza. Chiediamo poi alle istituzioni di pareggiare, almeno, l’incidenza dei parametri poetici con quella dei parametri economico-produttivi negli indici di valutazione di ogni bando di sovvenzionamento; e di implementare o creare ex novo sostegni mirati al teatro amatoriale, per creare spazi di ricambio e di confronto reale con il teatro professionistico ed eliminare il limbo di compagnie e attori senza un’idea di teatro, nati solo per scimmiottare un professionismo a sua volta spesso svuotato di ogni profondità culturale. Ritroviamo noi, un’idea di teatro».

E ora che alzo gli occhi e fuori albeggia, mi rendo conto che non ho sognato proprio niente, perché non ho preso sonno, nella notte fra il 26 e il 27 aprile 2020.

E corro a cercare informazioni sul web, per raccapezzarmi: il nuovo DPCM è già in vigore o dovremo aspettarlo una settimana?

Marco Gobetti, 27 aprile 2020

 

 

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