Dall’epidemia al teatro in streaming.

frank zappa

Un Ministro della Repubblica ipotizza in questi giorni, come soluzione alla crisi del sistema teatrale causata dall’emergenza epidemica, repliche o addirittura stagioni future di spettacoli in streaming. Il commento più calzante è venuto da Natalino Balasso, che ha paragonato tale ipotesi alla possibilità che in futuro gli idraulici cambino tubi online; ha inquadrato perfettamente il problema. Il teatro, per accadere, necessita di attori e pubblico che condividano fisicamente un luogo; ha bisogno di contatto o comunque di distanze tali da permettere che si crei una “tangibile” empatia, «energie bi-univoche» (per dirla con Gian Renzo Morteo), altrimenti ne va della sua stessa natura. Si snatura, diventa appunto altro, si trasforma (in questo caso) in televisione – dice giustamente Balasso -, anzi: tele-visione, potremmo puntualizzare per iscritto. Il trattino a metà parola, richiamandone l’etimo (“visione da lontano”) la differenzia dalla “televisione” più nota; sorge infatti un problema di inadeguatezza: non a caso le parole di Balasso, intrise di sapiente, sim-patica semplicità (ne esce a tratti un prezioso esempio di “sloganistica con dei pensieri dietro”), sottolineano il fatto che neanche dal punto di vista del mercato il teatro potrebbe reggere, perché quella “televisione” c’è chi la fa da anni e la sa fare arrivando alla “pancia della gente”, a quello che la gente vuole. Ebbene, non si tratta qui di fare classifiche di merito o di qualità; si tratta di capire che, imprenditorialmente parlando, il teatro in televisione non reggerebbe il confronto e dovrebbe cercare di trasformarsi ulteriormente (rispondendo alle dinamiche dell’audience) per attrarre spettatori e, conseguentemente, sponsor e per reggere, così, il confronto sul mercato etc.

Trasformarsi ulteriormente. Ecco, qui sta il punto: posto che la prima trasformazione snaturante – quella che ne farebbe a fette lo spirito e l’autenticità – sarebbe dettata dalla privazione delle condizioni di base (rapporto nello spazio fra attori e pubblico), risulta chiaro che ne occorrerebbero poi altre perché il teatro “da lontano” potesse conquistare una fetta del mercato.

Ma sono questioni autonome o esiste un rapporto fra loro? E soprattutto, se il rapporto esiste, quali potrebbero essere le conseguenze?

Non si può in poche righe affrontare, in modo esauriente, il tema della mercificazione del teatro, con tutti i rischi – e spesso i danni – che questa ha comportato alla complessa elementarità della sua natura più profonda: quella – per approfondire la riflessione iniziale – che permette agli attori di tangere l’altrove e l’ignoto con i piedi ben saldi per terra, condividendo spazi fisici con altri esseri; esseri le cui dinamiche relazionali e immaginifiche, in quegli stessi spazi, non sono tracciabili né prevedibili da alcuna facoltà animale e tanto meno da app stregonesche create dall’elettronica più evoluta.

È però utile evidenziare quanto la natura “invisibile” del teatro si nutra anche di provvisorietà e di avventura (strettamente connesse alla condivisione di uno spazio fisico e alla carnale circolazione di energie che ne deriva) e quanto già in passato, ben prima di questa emergenza epidemica, tale natura sia stata in ogni modo bistrattata; vuoi, appunto, per la progressiva trasformazione tout court del teatro in mero prodotto (senza andare troppo indietro nel tempo, basta guardare quanto peso sovente abbiano le direzioni amministrative rispetto a quelle artistiche nei teatri stabili, che erano nati – con utopici ma sinceri intenti – come servizio pubblico; e quanto le direzioni artistiche, laddove sopravvivano, spesso confondano gusti e vezzi personali con una progettualità articolata o addirittura con un’idea di teatro); vuoi per le castrazioni che le sono state inferte da lame architettoniche (in parole povere, quanto è favorevole alle dinamiche di quella natura un teatro dell’antica Grecia e quanto lo è un teatro all’italiana?) o formali (basti pensare, in questo senso, a quanto giovi alla provvisorietà e all’avventura il confezionamento infiocchettato di certo teatro di regia). Sono sicuro, però, che i pareri riguardo ai temi di queste mie ultime considerazioni possono essere molti e discordanti: ciò è legittimo e ben venga.

Poniamo comunque, per assurdo, il caso che il teatro non godesse ottima salute da tempo e che le responsabilità del malanno fossero diffuse a più livelli del sistema teatrale; e torniamo a considerare l’attualità.

Giunse il giorno dell’emergenza epidemica. Cosa accadde?

Accadde che noi attori e attrici di tutti i generi e di ogni età, dai dilettanti ai professionisti (passando per gli infiniti gradi intermedi), sino a una marea di entusiasti neofiti, ci mettemmo a “fare teatro” in streaming, in “tele-visione”, per “farci vedere da lontano” e per fare del bene al prossimo recluso a causa dei DPCM, senza pensare neppure lontanamente – tranne in rari casi – che:

1) non è solo una questione di “vista” (per i motivi sopra elencati e ben riassunti dalla lapidaria sintesi di Balasso);

2) meno di un secolo fa A. Artaud scrisse: “Se sono poeta o attore non lo sono per scrivere o declamare poesie, ma per viverle. Quando recito una poesia non è per essere applaudito, ma per sentire corpi d’uomini e di donne, dico corpi, tremare e volgersi all’unisono con il mio, volgersi come ci si volge dall’ottusa contemplazione del budda seduto, con cosce ben sistemate e sesso gratuito, all’anima, cioè alla materializzazione corporea e reale d’un essere integrale di poesia”.

Prima di analizzare le conseguenze possibili e in essere di questa folle corsa all’ovest del teatro, proviamo a considerare i “rari casi” (dell’inciso di cui sopra) in cui invece – nell’agire in streaming – c’è stato un pensamento riguardo ai  due punti appena descritti. Ebbene, credo che tali casi siano ascrivibili a due categorie di artisti: quelli di noi che non hanno per nulla tentato di “fare teatro in streaming”, ma hanno invece sperimentato una forma di nuova “tele-visione”; e quelli di noi che hanno “citato” con sapiente leggerezza il proprio fare teatro, per creare ponti e relazioni nuove in funzione del futuro ritorno ai rapporti reali. Queste due categorie non sono ovviamente così distinte, ma si sono variamente e proficuamente ibridate nei modi e nei fini, accomunate però dalla chiara coscienza dei propri mezzi attorali, creativi e poetici; dalla considerazione scrupolosa del potenziale filtrante della tecnologia e del luogo fisico in cui si trovavano ad agire in funzione del mezzo; e, per lo più, dall’uso dello streaming non in diretta (potendo questa evidentemente castrare, ancor più di un teatro all’italiana o degli altri accidenti sopra descritti, la natura profonda e imperscrutabile del rapporto fra un attore e uno spettatore). Io credo che queste due categorie abbiano – e spero potranno avere in futuro – un potere contaminante nei confronti del sistema teatrale (ho provato ad approfondire il tema della contaminazione teatrale qui: https://bit.ly/2z84mQO); ma a queste due categorie, che sono mosche bianche (e che hanno compreso quanto la natura avventurosa del teatro imponga di trasformare anche gli intoppi in opportunità), se ne aggiunge – a monte di ogni catalogazione – una terza: quella costituita dai teatranti che, rigorosamente professionisti, hanno preso così sul serio la folle corsa all’ovest, da investire economicamente per realizzare lo streaming, convertendo precedenti progetti teatrali dal vivo in progetti “teatrali” online o preparandosi a produrne (in termini imprenditoriali) sul web ex novo.

Le conseguenze?

Sono e saranno molteplici. Intanto, ne abbiamo sotto gli occhi una emblematica: un Ministro si è accorto della folle corsa dei teatranti verso il west della rete e ne ha tratto un’equazione lineare: se possono farlo ora, potranno farlo dopo.

Temo che, per ottenere tale equazione, non sia a conoscenza dei sunnominati punti 1) e 2) e non si sia accorto minimamente delle mosche bianche, indice di discontinuità futura e termometro di reazione a una crisi precedente che, guarda caso, riguardava già proprio quell’aspetto del teatro che lo streaming generalizzato ridurrebbe definitivamente in poltiglia.

Speriamo che non si sia neanche accorto del fatto che la massa accorrente verso l’ovest, nella maggior parte dei casi stava macinando chilometri gratis et amore Dei; se mai, comunque, se ne fosse accorto, la terza categoria – a seconda della sincerità d’intenti di chi in futuro si occuperà di finanziamento pubblico dell’eventuale famigerato “teatro online” – o figurerà in pole position per l’arruolamento o sarà elegantemente invitata ad adeguarsi allo spirito mecenatistico della categoria.

Alla luce di tutto questo, mi viene da pensare che ogni nostra analisi della crisi attuale del teatro – dovuta all’epidemia o acuita che sia dalla medesima – ci imponga di misurarci preventivamente con il detto «Chi è causa del suo mal pianga sé stesso». Al di là di ogni intento moraleggiante, ciò ci consentirà di rivendicare diritti e di pensare al futuro con senso e con precise assunzioni di responsabilità; soprattutto se fugheremo anche il rischio di auto-flagellazioni gratuite, aggiungendo al proverbio una postilla ad hoc:

«Chi è causa del suo mal pianga sé stesso. O, almeno, provi a comprendere per che cosa piange».

Marco Gobetti, 20/04/2020

 

Leggi anche:
Di sogni, mitraglie fondenti e teatro di riciclo.

e
Quali attori e quali “teatri”? Storyplaying, per una contaminazione possibile. Con suggestioni da C. Bene, G. Moretti, G.R. Morteo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: