archivio

Archivio mensile:aprile 2017

capra singola

Provo a spiegare perché intendo presentare in piazza il mio testo teatrale “Un carnevale per sole e Baleno” (Qui i dettagli dell’azione: http://bit.ly/2oR7ZEr).
E soprattutto per quale motivo questa volta l’invito a una mia azione su strada è rivolto “ai cittadini, ai registi e ai responsabili di imprese teatrali”. Perché?
La risposta è: perché voglio compiere un atto politico. Come?
Ecco, la risposta sta proprio nel “come”.

Da tanti anni cerco un confronto diretto con la cittadinanza, vado a incontrare un pubblico sempre nuovo, raccontando storie che possano suscitare “disordini intelligenti”. Si tratta di offrire – tramite un incontro – possibilità di pensieri e di sogni autonomi per ciascuno di noi, senza – per questo – che ciascuno debba prescindere da chi e da ciò che lo circonda; ma che anzi se ne debba nutrire, per andare oltre. Altrove rimanendo, insomma. L’utopia, la capacità di essere visionari è forse l’unica possibilità che abbiamo per tentare di vivere senza diventare – o rimanere ormai – solamente la rappresentazione di noi stessi. In questo senso il teatro può offrire una grande opportunità: è uno dei pochi motori di libertà possibile rimasti. Ho provato a riflettere su questi temi in altri articoli di questo blog; dove ho pure descritto – cercando di spiegarne il senso – una mia azione volta a rendere spettacolare ogni meccanismo della produzione teatrale.

“Produzione” è un termine che cozza profondamente con la parola “teatro”: ha significato e significa malintesi e azioni dannose.
Il teatro – come ben spiegava Gian Renzo Morteo – non è atto industriale: è atto artigianale. Ma abbiamo un sistema teatrale radicato, con determinate caratteristiche e – non dimentichiamolo – la produttività del sistema teatrale significa anche l’uso e la remunerazione di forza lavoro: ecco allora che l’atto politico può non escludere il concetto di “produzione”, se l’intento è quello di contaminare il concetto stesso e modificare la realtà che gli corrisponde. La contaminazione può consistere in lente, implacabili, utili rivoluzioni: non si tratta di abbattere un sistema, ma di migliorarlo trasformandolo. Ecco allora che se in passato, grazie all’aiuto di preziosi collaboratori, resi pubblica ogni fase della realizzazione di un mio spettacolo – a partire dalla ricerca dei fondi per realizzarlo – in questo caso, da drammaturgo, rendo pubblica la ricerca dei realizzatori per un testo che ho scritto; a servizio di tale azione, metto i mezzi del mio mestiere di attore. Un passaggio di consegne condiviso, su strada.

L’atto politico però non si esaurisce nel gesto, nel modo pratico con cui giungo a raccontare o evocare una storia, nell’azione con cui la diffondo; io credo che consista anche nel modo poetico con cui la storia è raccontata. Nella scelta ad esempio di trasportare su un terreno mitico un fatto storico: rendere tragico – nel senso più antico e profondo del termine: che implica la possibilità di riguardare tutti, di essere visto e ascoltato da tutti – ciò che nella realtà è solamente drammatico. E che allora rischia di riguardare solo qualcuno. In questo senso l’uso dei canoni tragici, soprattutto oggi, fuga un rischio tremendo: quello di ridurre il teatro a “specchio della realtà” (magari addirittura strombazzandone con orgoglio la definizione…).
Per fare questo certo non occorre seguire religiosamente le indicazioni di Aristotele; ma di sicuro è utile ancora oggi rileggerne la “Poetica”. Possibilmente con disordinata intelligenza. Anche dramma e tragedia sono fra loro contaminabili, con infiniti gradi intermedi. Fondamentale, in tutto questo, la scelta del linguaggio.

Poniamo dunque che in “Un carnevale per Sole e Baleno” si tenti di trattare nel modo appena descritto un fatto storico: ma perché si evoca proprio la storia di Sole e Baleno?
Qualche risposta a caso, per lasciare a ciascuno la scoperta e per suscitare curiosità in coloro che sono oggetto del mio invito:
– (risposta per i cittadini) Perché è una storia che fa sognare e riflettere, perché quei due ragazzi meritano rispetto e conoscenza; perché qualunque verità accertata non ingabbia ma libera, ci aiuta a ragionare analogicamente sul tempo presente e ci rende più accorti verso i pericoli a noi contemporanei e circostanti;
– (risposta per i registi) Perché è incastonata in una drammaturgia mobile, che fa perno su un linguaggio poetico: terreno ideale per fare rendere al meglio l’ossimoro che ogni regista teatrale per sua stessa definizione incarna;
– (risposta per i responsabili di imprese teatrali) Perché quella storia, se da voi prodotta sotto forma di spettacolo, non rappresenta il rischio d’immagine che potreste temere di fronte alle Istituzioni: in realtà Sole e Baleno non fecero esplodere bombe per conto del movimento NO TAV. Per due motivi: non facevano parte del movimento NO TAV e le bombe – è stato provato – le misero altri (neppure loro appartenenti al movimento…). Ma ciò non vi tranquillizzi: la storia di Sole e Baleno nasce dall’azione di parti deviate dello Stato – poi riconosciute colpevoli – che, ai tempi in cui nasceva il progetto del TAV, misero a segno uno fra i peggiori stratagemmi criminosi degli ultimi settant’anni. Una delle falle più taciute della nostra storia repubblicana. Un bell’esempio di uso scientifico della menzogna.

Un’ultima domanda.
Quale pubblico interessa a noi teatranti? Il teatro può anche avere una funzione nella crescita culturale della cittadinanza o deve assecondarne i gusti e gli interessi imperanti, evitando pure di interrogarsi sulle dinamiche che negli ultimi decenni hanno suscitato precise – e a volte limitate – sensibilità e capacità d’ascolto?
Può esistere un “teatro popolare alto”?
Una cosa è certa, oltre al sistema teatrale, esistono altri sistemi: in primis quelli finanziario, politico e geopolitico.
Viviamo ormai in un mondo che fomenta o genera terrorismo per legittimare terrorismi sistematici, che hanno lo scopo di acuire povertà e aumentare ricchezze, di ogni genere (Gaza, Siria, Bahrein… per citare solo alcuni dei luoghi in cui ciò avviene su larga scala con fantasiose variazioni di metodo; le carceri italiane, per citare uno dei luoghi in cui ciò avviene su scala diversa).
Il teatro potrebbe – e io credo dovrebbe – allenare la gente a pensare. Non dando certezze o creando proseliti, ma instillando il gusto per la ricerca della verità da un lato e per un consapevole abbandono all’ignoto dall’altro: le due cose insieme. Poesia, insomma (l’etimo insegna).
Necessariamente mi collego qui ai pensieri precedenti: solo un disordine intelligente diffuso a ogni livello dell’azione teatrale (a partire dalla scrittura), può forse riuscire – valorizzando utopia e capacità visionaria – a fare tragedia di ogni dramma.
E di qui in avanti ognuno può e deve dire la sua; di “teatri”, infatti, ce n’è tanti e ognuno si fa il suo e valgono tutti: basta – credo – che nascano da una sincerità di intenti e da una consapevolezza della funzione che svolgono a questo mondo.

Annunci