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Archivio mensile:dicembre 2016

A Alessandro e Francesco (presenti entrambi, uno nell’aria e uno per terra), che mi parlarono di Hakim Bey e del suo T.A.Z.

Questo racconto fu scritto per la rivista ERODOTO108; si trova dunque anche qui: http://www.erodoto108.com/numero-16/

nuvole

Fermo sul punto più alto degli scogli, lo sguardo all’orizzonte: il mare calmo, poi un veliero. Non era neanche troppo lontano. Il primo, da dieci anni che stava sull’isola. La barba nera si confondeva con il resto del viso, tanto era scuro di sole. Joe se la tirava alternando per gioco smorfie a sorrisi. Intanto calcolava: con il vento a favore, in meno di tre ore la nave avrebbe attraccato. Quanti erano? Non lo spaventava il numero: solamente, sentiva il bisogno di fare una stima precisa.
Dieci anni di attesa. E ora finalmente una nave. Li avrebbe accolti e rifocillati? O avrebbe fatto ciò a cui si preparava da anni? Chi c’era su quel legno? Occorreva saperlo quanto prima. E in quell’istante, come se gli avessero letto nel pensiero, sul pennone spuntò la bandiera nera. Pirati.
Doveva fare presto. La grotta era poco lontana dal recinto delle tigri; non un semplice recinto: chiusa anche in alto da grossi tronchi, era una gabbia inespugnabile a cielo aperto. Unica via di fuga possibile, l’angolo più a sud: un buco nel terreno, chiuso da una serranda di assi spesse, sollevabile con un sistema di funi fissate alla parte più alta della struttura. Il buco dava su un imbuto roccioso. Così appariva da sotto. Un tetto di pietra a tronco di cono, che sovrastava l’unico punto dell’isola attraccabile da qualunque imbarcazione: la spiaggia cortissima e zeppa di tartarughe.
Pirati. Joe li avrebbe accolti con ogni onore, da vero pirata quale era pure lui. Un pirata stanziale: la specie vivente più rara dei Caraibi, a metà del XVIII secolo d.C.
La selvaggina che Joe procurava da un giorno all’altro per le tigri, era stipata nell’entrata della grotta: la trasportò oltre la gabbia e la gettò tutta in spiaggia dall’alto degli scogli.
Quel giorno le tigri avrebbero fatto digiuno.
La nave era sempre più vicina. Finalmente ospiti! Ghignava come un matto Joe, mentre seppelliva capre e conigli selvatici sotto la sabbia; insieme all’ultima preda, la capra più grassa, sotterrò anche due tartarughe, vive com’erano, sottratte allo stuolo che in lenta fuga abbandonava la spiaggia. Avrebbe riservato quel pasto speciale per se stesso e per il capitano della nave pirata. La cottura iniziò con l’accensione di tanti fuochi, uno sopra a ogni sepoltura: quando il fuoco si fosse spento, sarebbe bastato dissotterrare le pietanze. La nave stava per attraccare. Avrebbe sventolato anche lui la bandiera nera, quella bandiera che per dieci anni aveva tenuto piegata in tasca… erano pirati, come lui.
Se poi fossero stati loro! Se fosse stata la nave dei suoi compagni, sarebbe stata la festa più bella. Non li odiava, non riusciva. Non serbava rancore per quei compagni che lo avevano lasciato lì: era certo che gli avrebbero dato una spiegazione ragionevole.

Ragionevole. Sì, è buona cosa che io la smetta. Che io ragioni e parli in prima persona, non in terza, come chi guarda da fuori. Se è la mia storia, parlo io. Non la guardo da fuori, se ci sono dentro. E chi mi leggerà, lui, sarà lui a leggere la mia storia come una memoria: sarà lui a vedermi lontano, senza che io mi sforzi di farla parere distante, importante, la storia, usando i verbi al passato. Già, io vorrei diventare famoso. E un attimo fa scrivendo, ero pronto a dare mille particolari della mia vicenda. Senza pensare che poi, se davvero nei secoli futuri questo mio racconto circolerà, allora lo tradurranno, lo racconteranno, lo trasformeranno. E le mie parole diventeranno altre. Tanto vale usarne poche. Se ne usi poche sei chiaro per forza, precipiti chiarezza.

Precipitare. Ecco quel che mi capitava in testa: tante immagini, una dietro l’altra, una discesa di forme e colori. Fra poco avrei accolto quei pirati con un banchetto di carne cotta sotto la sabbia: già mi vedevo la scena. Speravo che fossero i miei vecchi compagni. Gente che mi aveva lasciato lì dieci anni prima, nel 1740, neanche approdando, lasciandomi al largo su una barca a remi. «Esplora il territorio, noi saremo qui fra due giorni», mi disse il capitano. Mi avevano lasciato qui, perché su quest’isola volevano fare una base per le riserve di cibo e di armi. Un’isola che si sarebbe aggiunta alle tante altre che in mezzo all’oceano garantivano sicurezza ai pirati: una rete di isole cui approdare sicuri, approvvigionarsi. Isole popolate da enclave variabili, di gente amica, che crescevano, mutavano e scomparivano senza che alcuno al mondo ne sapesse nulla. Perché quelle isole sulle mappe non c’erano, non avevano nome né forma. Eppure lì gli adulti si amavano: uomini con uomini, donne con donne, donne con uomini, in piena libertà; e i bambini giocavano e tutto era regolato dal libero scambio e da una libera, umanissima anarchia. Quell’isola si sarebbe aggiunta alle altre: sì, perché il terreno era fertile, c’erano decine di varietà di frutti e selvaggina a volontà.
L’unico problema erano le tigri, ma avevo già in mente come risolverlo. Non vedevo l’ora che tornassero. Scrutavo l’orizzonte ogni cinque minuti. Non tornarono. Passarono gli anni. Costruii la gabbia e pian piano, attirandole con esche di selvaggina, vi imprigionai tutte le tigri; le ho sempre sinora nutrite con un solo pasto giornaliero, che fossero sempre affamate. Così all’occorrenza, se avesse attraccato qualche nave del mondo cosiddetto civile, qualche nave non pirata, avrei sollevato la serranda di assi, quella che copre il buco nella roccia, e le fiere sarebbero dilagate sulla spiaggia, assaggiando per una volta carne umana.
Ma non arrivarono mai navi.
E ora finalmente una. Ed è di pirati. Sì, ma non sono i miei compagni. Ormai vedo le facce, vedo il legno, vedo le armi. Sono altri pirati. Non importa. Tiro fuori di tasca la mia bandiera nera e la sventolo sopra la testa. Rispondono con ampi cenni. E urla di gioia. Fra poco saranno a riva. E sarà comunque, per me, come tornare a casa. Perché le vere isole libere, fra pirati, erano le navi: solo sui legni in mare quella regola purificata di ogni legge, quella libertà totale che tentavamo ogni volta di instaurare sulle nostre isole di terra, solo là sulle navi, galleggiando, quella libertà funzionava. E allora: parti uguali di bottino per tutti e possibilità di vita o di morte, per tutti. Ne ero certo: sarei ripartito con loro. I miei nuovi compagni. Ma prima il banchetto. Prima avremmo mangiato.

Il banchetto. Tanto vale dirla tutta. Non andò come avevo previsto. E io non ero Joe.
«Come fai dunque a scrivere di te?» direte voi che mi leggete. Provate ad ascoltarmi: fingete che anch’io parli, non scriva. Sentirete un’altra voce. Eccola.
Mi ero liberata dalla gabbia due giorni prima e da allora seguivo Joe silenziosa, nascondendomi. Ero forte, giovane e snella. Una tigre bellissima. Avevo scovato un rettangolo di luce più ampio degli altri, fra i tronchi della gabbia, e di notte, in un lampo fui fuori. Non sto a dire la sensazione che provai. Perché altro ora urge dire. Non scrivere: dire. Con lo stesso lampo veloce di quando fui fuori, balzai su Joe che sventolava la bandiera nera e gli addentai il cranio.  Lì sulla spiaggia lo divorai, lasciando solo le ossa. I pirati a quella vista smisero di urlare e in silenzio la nave si allontanò.
«E dunque? Una tigre che parla?» direte ancora voi, «E poi, ora ci parli di te, ma prima come potevi parlare di Joe? Come hai potuto conoscere i pensieri e la storia di chi hai divorato?».
A mano a mano che la nave si allontanava dall’isola, cominciai a sentire una strana sensazione: era come se le viscere precipitassero dentro di me; spingevano a destra e sinistra e in alto e giù in basso e ancora su. Ma non potevano uscire, perché la pelliccia le ricacciava indietro ogni volta. E sentii tremare la coda e forti punture alle orecchie e scricchiolare i denti e poi, uno schiaffo forte sul muso: uno schiaffo di vento. E balzai in piedi.
Ed ero Joe: ero diventata l’uomo che avevo mangiato.
La nave era ormai lontana.
Guardai le mie ossa sulla sabbia sporca di sangue.
Dissotterrai la capra più grassa e le due tartarughe, e ricominciai a mangiare.
Era bello potere tenere il cibo fra le mani. Una sensazione insieme antichissima e nuova.
Dalla gabbia, in alto, sentivo il ruggito dei miei parenti invidiosi.
Intorno a me i fuochi si spegnevano e il fumo diventava nebbia.

E tanto vale dirla tutta – ma proprio tutta – una volta per tutte.
Ora, nel XXI secolo d.C., continuo a vivere qui in mezzo all’oceano; ma non sono più né una tigre né un uomo, né l’uomo rinato dalla belva che lo divorò.
Sono un’isola, forse. L’isola in cui vivo.

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