Pensieri del 2011: la Cultura a Tutti i Costi

DOVE SONO NATO NON LO SO

Continuo con la carrellata di pensieri. Sono pensieri – mi pare di averlo già scritto in un articolo precedente – che hanno generato azioni o che da azioni sono derivati. Vorrei ricostruire a grandi linee un percorso, per arrivare a ciò che penso e faccio oggi in ambito teatrale; sperando che sia utile a me e a chi legge.

Nell’autunno del 2011 diffusi un comunicato che si intitolava “La Cultura a Tutti i Costi”. Iniziava con un dialogo fra me e me, nel senso assolutamente letterale dell’espressione. Lo riporto qui.

Mi chiedo: che cosa possiamo e dobbiamo fare noi teatranti – e con noi gli altri operatori culturali – in questo momento di crisi economica?
E subito mi rispondo: ma come si permette, signor Gobetti, di cercare soluzioni per una categoria che non esiste? Che non è unita dalla possibilità di rivendicare un salario comune, da una storia comune e da scopi comuni?
E subito rispondo al mio alter ego: Abbassi la voce, Marco! Sta dicendo un’eresia! E’ confutabile su tutti i fronti…
E lui di rimando: Fa bene ad arrabbiarsi, signor Gobetti: anche lei ha ricevuto in passato sovvenzioni dagli Enti pubblici per la sua attività… Ora, con i tagli come farà?…
E io: Appunto! Bisogna combattere i tagli alla Cultura!
E lui: Ma come?! Vuole cancellare con un colpo di spugna l’azione illuminata della classe dirigente, che ha finalmente dato un’identità comune a una categoria tanto eterogenea? Che ha permesso a tutti voi di scoprirvi fratelli nell’avere ricevuto tutti denaro dagli Enti pubblici?
– Non tutti…
– Che differenza fa, signor Gobetti? Chi non li ha ricevuti li desidera. E chi desidera cerca. E da che
mondo è mondo, chi cerca trova.
– Appunto! Tutti insieme protesteremo in piazza perché non muoia la Cultura. Se occorre appenderemo le nostre mutande in piazza! E le terremo in alto per giorni, a farsi lavare dalla pioggia! E davanti ai palazzi del potere useremo addirittura i megafoni, che notoriamente provocano grande spavento…
– Le mutande? Lo spavento dei megafoni?… La classe dirigente e la classe politica vi rideranno in
faccia o non vi ascolteranno se non per finta, fatte come sono in gran parte di piccoli chimici, impegnati a brindare dal mattino alla sera con infrangibili ampolle, per scambiarsi sciacqui di potere.
– E che cosa dovrebbero dunque fare i teatranti?
– Aiutare gli altri per salvare se stessi. E viceversa. Scrollarsi di dosso la pigra sicurezza garantita da
un sistema assistenziale spesso scriteriato. Finire sul lastrico (non solo metaforicamente) per
ricominciare, senza rinnegare quanto sinora fatto. Chiuda il suo teatro, signor Gobetti!
– Non ce l’ho…
– Meglio! Chi ce l’ha, ha maggiore difficoltà a finire sul lastrico. E comunque lo chiuda per aprirne un
altro: travasi sostanze in nuove forme.
Abbia il coraggio di ammettere che il teatro per sua natura ha una mobilità maggiore rispetto ad altri soggetti produttori di cultura, rispetto ai quali può dunque diventare tessuto connettivo, forza simbiotica; che il teatro può quindi smettere di essere sovvenzionato e pure di protestare contro i tagli delle sovvenzioni, per iniziare ad agire.
Porti il suo teatro nei luoghi in cui operano quegli altri soggetti, massacrati dalla non-politica dei piccoli chimici: le biblioteche, le scuole, i centri di studio, i centri sociali e di aggregazione; per farlo abbatta i cachet fondando un mercato alternativo di soccorso, con spettacolarità significative, che pure in un’agilità di allestimento mantengano un’alta qualità.
Occorre che i teatranti concretizzino in modo sistematico le relazioni con gli altri operatori culturali, per creare una categoria reale. Occorre mostrarsi, tutti gli operatori culturali, uniti di fronte e con
la cittadinanza (non solo di fronte e con la classe dirigente e la classe politica) nel modo più semplice: essendolo. Andarla a cercare e richiamarla nei luoghi a cui quella stessa cittadinanza può ancora accedere per urgenze proprie e non solamente per assolvere a statiche funzioni imbellettanti.
Potrà così forse accadere in futuro, che quella cittadinanza unita faccia a pezzi le ampolle infrangibili colme di poteri mal riposti.
Scrivevano Leone Ginzburg e Carlo Levi nel 1932: “Dobbiamo creare uno Stato con i mezzi
dell’anarchia”. Urge ora più che mai riflettere su quel pensiero.

Al dialogo – il mio alter ego riuscì nel suo intento, assestandomi un gancio da manuale con il monologo finale – seguiva un catalogo di spettacoli a cachet abbattuti, con questa spegazione in calce:

La Compagnia abbatte dunque drasticamente i cachet di alcuni suoi spettacoli, in determinate situazioni e a determinate condizioni. Questo avviene grazie alle caratteristiche di adattabilità scenica degli spettacoli in questione (tutti nati e/o sperimentati in un continuo andirivieni dalla strada ai teatri e viceversa) e per favorire la nascita di un mercato alternativo di soccorso, che faccia fronte a una situazione di emergenza, secondo i princìpi riassunti nel dialogo qui sopra riportato.
L’iniziativa “La Cultura a Tutti i Costi” è rivolta esclusivamente a biblioteche, scuole, centri di studio,
centri sociali e luoghi di aggregazione, circoli; nasce per fronteggiare e fare evolvere una situazione di emergenza. L’iniziativa consiste nel proporre ai soggetti elencati spettacoli a cachet ridotto, per favorire la sinergia fra gli operatori culturali e una relazione sensibile fra loro e il resto della cittadinanza.
Per quanto riguarda il Piemonte i cachet sono comprensivi di spese di viaggio.
Le proposte prevedono l’utilizzo di condizioni luce-audio esistenti o – laddove fosse necessario – di
luminotecnica e amplificazione adatta alla disposizione del luogo, a cura della Compagnia.
L’iniziativa è libera e chiunque può aderirvi, pure riproponendola, con i propri mezzi e nelle forme che secondo coscienza riterrà opportune: a nessuno dovrà rendere conto.

Era ottobre e poco prima avevo anche dichiarato che la nostra compagnia teatrale non avrebbe più chiesto finanziamenti per produzioni di spettacoli, ma avrebbe accettato solo proposte di lavoro “a cachet” da parte degli Enti pubblici. Così avvenne: il concetto del lavoro a cachet permetteva di contaminare il sistema di finanziamento pubblico, affrontando il problema da una posizione inconsueta; quella di chi intendeva trasformare in spettacolo il meccanismo di produzione stesso degli spettacoli, in primis per già sperimentate motivazioni artistiche (vantaggi derivanti da situazioni di difficoltà nelle fasi di creazione) e poi perché l’investimento di denaro avesse una ricaduta pubblica immediata, a vantaggio della cittadinanza. Ma di questo vorrei scrivere nell’articolo che dedicherò all’oggi, perché molte furono poi le applicazioni e gli sviluppi di quell’idea.

M. Gobetti legge Cesare Pavese accampato in collina - foto di Diego Maria ServettiNon era un’illuminazione improvvisa e neanche mera ricerca di pauperismo utile in un momento di difficoltà economica, con motivazioni artistiche a posteriori (atteggiamenti assai diffusi oggi, che non mi permetto di condannare ma su cui occorre – credo – riflettere con attenzione): era il frutto di un percorso artistico e politico preciso, che sin dalla fine degli anni 90 mi aveva portato a cercare, con disordini intelligenti, la provvisorietà e l’avventura di un teatro fatto per un pubblico cercato anziché aspettato (su questi concetti e sulle loro implicazioni, ho scritto negli articoli pensieri del 2010 e pensieri del 2007); il momento di difficoltà economica costituiva ora insomma un banco di prova ulteriore per un’azione già avviata da tempo, era la leva per un’evoluzione possibile.  Ma in che cosa era consistita l’azione di quel percorso artistico e politico? Che cosa c’era stato insieme alle idee, in termini pratici? Fra tutti, gli allestimenti in spazi non convenzionali con la Compagnia Il Barrito degli Angeli, il teatro di strada sui lungomare toscani, il progetto Stanza Teatrale presso il CSA Askatasuna di Torino, i laboratori presso le ASL, l’invenzione del TEATRO STABILE DI STRADA®, le andate-ritorni dalla strada ai teatri con la Compagnia Marco Gobetti… Tutto questo avevo fatto non certo da solo, anzi sarà doveroso citare le persone che hanno contribuito a realizzare tutti questi progetti: sarà dedicato a loro uno dei futuri articoli.

Quel manifesto, la “Cultura a Tutti i Costi” provocò anche discussioni e sincere critiche e certo non fu compreso a fondo; probabilmente non mi spiegai bene io.

Voglio qui cercare di spiegarmi bene, per approfondire in modo conclusivo. Per farlo utilizzo una mia risposta a una critica provvidenziale, che mi fu rivolta in quei giorni di ottobre, insieme con l’invito a fare parte dell’allora nascente Comitato Emergenza Cultura di Torino. Mi limito a riportare appunto la mia risposta, per rispetto alla privacy di chi mi scrisse: dovrebbe capirsi tutto quanto.

Caro Xxx,
innanzitutto grazie per la tua lettera, a cui rispondo con vero piacere, anche perché mi permette di chiarire meglio il mio pensiero. Parto dal fondo.

Io non affermo che non si debbano chiedere soldi pubblici, cioè che tutti i soggetti produttori di cultura non debbano chiedere ed avere soldi pubblici. Intendo invece dire che alcuni di quei soggetti, anche smettendo di chiedere i contributi (ma soprattutto facendo altro), potrebbero contribuire a risolvere una situazione di stallo.
Provo a spiegarmi.

Siamo in una condizione economica nazionale disastrosa, alla quale una classe dirigente in gran parte gravemente incapace sta tentando di sopperire – anche – tagliando ulteriormente fondi pubblici a un bene che certo fin da tempi lontani non sente suo: la cultura (d’altronde altrimenti non si spiegherebbe perché è in gran parte gravemente incapace).
Accade allora che gli operatori culturali insorgono e gli alchimisti al potere (la classe dirigente di cui sopra) – essendo gravemente incapace per quanto concerne il bene collettivo, ma abbastanza scaltra per tutelare il bene proprio – lascia a bocca asciutta le realtà meno visibili mediaticamente, per salvare i soggetti più apparenti (nel senso che sono più visibili, ovviamente) o più rumorosi e dunque a rischio di risonanza mediatica. Il rischio è appunto che l’opinione pubblica si scandalizzi perché un alchimista sta facendo morire la cultura: allora l’alchimista salva un grosso produttore di cultura (magari tagliando solo metà di quanto si paventava), sbandiera il salvataggio in modo mediaticamente oculato e i cittadini si tranquillizzano e non perdono affezione per l’alchimista; oppure l’alchimista ne salva uno rumoroso,  il rumoroso appende il megafono al chiodo e – più o meno inconsapevolmente – fuga così rischi di risonanza e dunque di disaffezione da parte dei cittadini verso l’alchimista. Gli operatori che restano continuano a protestare con il proprio Comitato, “unito – uso le tue parole – dall’obiettivo comune di salvarsi la pelle”.
E io dico che quell’obiettivo non basta.
Perché? Perché gli operatori culturali non devono solo pensare a salvarsi, ma devono pensare a salvare la cittadinanza di cui fanno parte.  E per contribuire alla “crescita civica di una nazione”, come tu dici, occorre trasformare quel “contribuire alla crescita civica” da volontà che è, in uno o più azioni concrete almeno quanto lo è il “salvarsi la pelle”.
Il segreto di questa trasformazione sta nella radice della parola “civica”: siamo tutti cittadini, noi operatori culturali come chi della cultura insieme a noi dovrebbe fruire, fino a produrla insieme a noi nella partecipazione.
E’ questo che in primis ci unisce, non la catastrofe di una categoria (quella degli operatori culturali) che non esiste se non per far fronte a guai ben noti.
Per “abbandonare una ginnastica d’obbedienza nei confronti di un sistema ormai obsoleto” come tu dici  – e può essere solo uno degli tanti scopi in cui si articola la crescita civica – non basta “imparare a convivere e a restare uniti” escludendo dall’esperimento il resto dei cittadini. Lodevoli le iniziative di “proselitismo culturale”  di molti di voi, di cui tu parli e che apprezzo sinceramente: ma ritengo che in questo momento debbano proprio quelle iniziative sostitursi alla protesta verbale e di piazza, ai tavoli di concertazione con la classe dirigente alchimista; articolandosi, quelle iniziative, in modo mirato, per innescare un soccorso vicendevole, partecipato e simbiotico che ci renda uniti di fronte al resto della cittadinanza e che spinga la cittadinanza a sentirsi a noi unita in quanto parte di un processo che si chiama cultura; non possiamo far altro insomma che protestare reagendo, valorizzando le nostre differenze e specificità. In questo soccorso chi è più mobile per natura (ad esempio noi teatranti, ma tu mi insegni che […] chissà quante altre possibilità vi sono) si deve muovere, per esaltare con il coinvolgimento il valore di chi è per natura meno mobile.
Per capirci: io attore posso andare a cercare il mio pubblico: una biblioteca deve aspettare in un luogo i suoi lettori. Per sua natura ha più possibilità di sopravvivenza una compagnia teatrale che una biblioteca. Io attore posso allora scegliere una via avventurosa e portare il mio teatro anche nella biblioteca, facendomi pagare poco quanto basta per consentire alla biblioteca di ospitarmi con le scarse risorse che ha. In questo modo può nascere un incontro fra pubblici diversi, gli spettatori più o meno abituali dei miei spettacoli e i lettori più o  meno abituali della biblioteca: due operatori culturali, mescolando le proprie azioni, mescolano e si mescolano all’azione di più cittadini. In tutto questo poi, io attore decido che non voglio più prendere finanziamenti pubblici, perché:
– rende più forte l’azione di protesta, in quanto se solo briciole rimangono (perché le somme più grandi sono andate a foraggiare i soggetti mediaticamente più riconoscibili, per togliere rischi agli alchimisti), vadano tutte a chi ne ha più bisogno di me, a chi meno può sperare di vivere comunque;
– mi libera da rischi di pigrizia creativa e di immobilità culturale, che io teatrante, per la natura di ciò che faccio, so derivare anche dall’assistenzialismo scriteriato da parte delle Istituzioni (poco conta se in eccesso o in difetto) nei miei confronti; è questo un pensiero articolato (un mio pensiero e – pure qui – non pretendo di imporlo ad alcuno) che fa coincidere l’atto artistico con l’atto politico e che ho provato ad esprimere in uno scritto che avrò piacere se vorrai leggere, Actor civis inter cives
(è nell’articolo pensieri del 2010)
Il succo è dunque che alla protesta di piazza penso sia utile sostituire un’azione culturale di protesta, fatta di “lavoro per vivere e fare vivere”, e che in questa azione i teatranti, per la loro natura (fatta di mobilità e di ricerca di partecipazione), possono funzionare da propulsore e tessuto connettivo. Pure compiendo il gesto forte di rinunziare a qualunque finanziamento da parte degli Enti pubblici. Non mi sognerei mai di dire che le Biblioteche devono rinunziare ai finanziamenti. Affermo invece che un teatrante – e chissà quanti altri – può aiutare le biblioteche (e le scuole e i centri studi…) a mantenere un’ampia offerta di iniziative per la cittadinanza in un momento di emergenza, sensibilizzando la cittadinanza stessa sulle infinite articolazioni della cultura e sulla necessità di fare fronte comune per essere tutti parte della Cultura, determinandola nel modo più sincero possibile.
Quando nascerà una coscienza civica del genere, forse non occorrerà neppure più la protesta di piazza (anche se a quel punto ci sarebbe sì una categoria unita per farla): sono certo che la maggior parte dei nostri alchimisti, a fronte di un esplodere di iniziative culturali di soccorso nelle biblioteche (e nelle scuole e nei centri studi…) farebbero i conti su quanta affezione rischierebbero di perdere da parte dei cittadini e valuterebbero i rischi da correre nelle elezioni future. In poco tempo biblioteche, scuole e centri studi avrebbero il sostegno economico che meritano.Credo insomma si debba ripartire da zero, da autonomie forti.
In questa azione, che si fa protesta nel sostituirsi alla protesta stessa, ritengo – ripeto – non ci sia spazio né tempo per un confronto verbale con le Istituzioni: alla classe dirigente occorre mostrare gesti forti, per costringere chi fra loro è alchimista a correggere il tiro (secondo le logiche di cui sopra) salvando innnanzitutto scuole, biblioteche, centri studi e aggregativi; e per permettere a chi fra loro ancora non fosse alchimista – e per un fortunato caso non fosse neppure incapace – (rimane qualcuno) di acquisire un peso sempre più determinante. Tra l’altro, un’azione culturale del genere potrebbe contribuire a render la futura classe dirigente meno impreparata.
Anche per questi ultimi motivi ti ringrazio per l’invito a partecipare al vostro gruppo, ma credo che non sia utile né a me né a voi: se certo qualche fine condividiamo, sicuramente così non è per i mezzi che vogliamo usare.
E ti ringrazio molto se vorrai diffondere la mia comunicazione come dici: sarei felice che fosse fonte di un’azione positivamente epidemica.
[…]

L’azione si svolse per alcuni mesi, con risultati certo alterni in termini di adesione da parte di tanti dei soggetti che intendevo “soccorrere soccorrendomi” (incontrai molta diffidenza, poca volontà e pochissima elasticità in termini organizzativi e burocratici), ma sicuramente appassionanti quando e laddove il principio attecchì (ricordo qualche data con tre spettacoli in un giorno, mattino pomeriggio e sera, in luoghi diversi della stessa città).
In un caso il principio attecchì al punto che portò a modifiche sostanziali pure del meccanismo di produzione, grazie all’intervento illuminato di un istituto storico (il Centro Studi Piero Gobetti) e di un ente (il Consiglio Regionale del Piemonte – Comitato Resistenza e Costituzione).
Il progetto Lezioni recitate vide appunto un Istituto storico farsi promotore di un’iniziativa pedagogica in cui il teatro veniva utilizzato come strumento applicato (un attore recita nelle scuole lezioni scritte da uno storico); e in cui la nostra compagnia  offriva gratuitamente l’intera preparazione degli spettacoli (con le prove aperte al pubblico), a patto che nella richiesta di finanziamento all’Ente l’unico costo, per quanto riguardava la realizzazione artistica, fosse il cachet per un numero cospicuo e preciso di repliche nelle scuole della regione. La preparazione degli spettacoli iniziò quando il calendario delle repliche da effettuare fu completo.

Ma, come scrivevo sopra, l’argomento delle modifiche possibili ai meccanismi di produzione teatrale sarà oggetto di trattazione dettagliata nell’articolo dedicato all’oggi (sto scrivendo nel novembre 2013).
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